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Racconti di Viaggio: LA DISCESA DI KUKULKAN

Non avrei mai pensato di andare in Messico per una sola settimana. Fosse stato per me, le vacanze pasquali le avrei trascorse tranquillamente sul Mar Rosso, a poche ore da casa, magari andando a trovare i miei amici egiziani: tempo buono e prezzi contenuti.

Ma erano due anni che la meta la sceglievo sempre io. E la povera Cinzia - la mia amica che, con la sua famiglia, si aggrega sempre a noi in questo periodo - aveva sempre accettato, anche se con qualche riserva.


Mi sembrava giusto, per una volta, non insistere più di tanto e lasciarle campo libero, almeno una volta.

Meta per una settimana di vacanze pasquali: Messico, Yucatan, a sole 11 ore di volo da casa.

Mentre sono sulla Chrysler sette-posti, che abbiamo noleggiato per entrarci tutti, scruto il cielo di un turchese profondo e seguo le nubi a fiocchi (a me tanto care) così basse che sembra di poterle afferrare con una mano.

Adoro questa strada: lunga, dritta e costeggiata dalla giungla. Mi sembra quasi di essere "a casa", in Africa. Ho il mal d’Africa da molti anni. Raramente mi avventuro in mete al di fuori di quel continente, mi sembrerebbe quasi di tradirlo, come farebbe una moglie con un amante.

Da Akumal ci stiamo spostando verso l’interno. Prevediamo una sosta a Valladolid, per far sguazzare le bambine in un cenote, poi dovremmo proseguire per Chichen Itza.


Siamo capitati per caso in una settimana importante: durante l’equinozio di primavera (e anche quello d’autunno), in una determinata ora del pomeriggio, sulla piramide del Castillo, durante la quale, secondo i calcoli matematici degli antichi Maya, si forma il serpente piumato, avvenimento seguito in tutto il mondo.

Quest’anno, apprendo, sono previste più di 40.000 presenze.

Chi era andato in gita organizzata con l’hotel aveva purtroppo trovato brutto tempo. Che tristezza! Pensare che lo slogan per l’escursione era: “Entra anche tu nella storia!”. Diciamo che in troppi avevamo dato per scontato il tempo bello senza ascoltare gli ammonimenti della canzone di Paolo Conte.

Arriviamo a Valladolid, dove io vorrei scendere subito dalla macchina, in questa stupenda e autentica cittadina, con la sua bella piazza, l'altrettanto bella chiesa, e un mercato sul marciapiede… peccato che però non ce la facciamo a fermarci. Proseguiamo per il cenote, ma non riscuote molto successo tra le bambine, visto che lo troviamo chiuso e sembra di scendere nel ventre della Terra, anche se è proprio uno spettacolo vedere la luce che filtra da una spaccatura dall'alto mentre illumina l’acqua, che diventa turchese.

Via, via! Dobbiamo arrivare presto! Il sito archeologico di Chichen Itza è molto grande, e il fenomeno dell’equinozio inizia subito dopo le tre del pomeriggio.

Entrando in Chichen, la polizia ci fa subito deviare in un parcheggio. Ce n’è un bel pezzo a piedi per raggiungere l’entrata. E chiaramente, il tutto sotto il sole! Ma è bello lo stesso. Nell’aria si percepisce l’attesa. Arrivati al cancello mi stupisco di vedere una così bella entrata, così pulita, curata, le persone tutte in fila... tanti negozietti, tanti venditori.
Mia figlia compra un parasole cinese fatto in bambù e stoffa: Mulan in Messico.

Poi ci fermiamo a mangiare, in uno dei localini all’ingresso. Devo dire che mangiamo bene, spendendo poco, danze folkloristiche comprese.

Quando entriamo nella zona archeologica, dopo il vialetto, appare subito il Castillo, su un praticello verde, tagliato raso raso. Non so perché .. ma ho la sensazione di essere a Pisa! Tutti col naso per aria, mentre Cinzia legge la guida.

Poi passiamo avanti, c’è tanto da vedere prima dell’ora fatale. E così giungiamo al Campo della Pelota, al Cenote dei Sacrifici, sempre passando in mezzo a coloratissime bancarelle.

Il cielo si copre. Nuvoloni neri spessi incombono. Da una parte fa persino piacere, visto che non si muore di caldo, dall’altra non sappiamo più a quale portafortuna rivolgerci per poter continuare a sperare che riusciremo a vedere la magìa. Magìa? Qui ci va bene se non prendiamo un acquazzone! Ma io nella borsa ho sempre il pupazzetto del re di spade, che mi ha regalato Mario, il portafortuna per i viaggi (Mario, pensavi mica che lo avrei lasciato a casa, vero?)

Alle 16.00 riconfluiamo nello slargo principale del Castillo, dove si è già radunata una discreta folla. Chi balla, chi medita, chi parla, chi gioca… sembra di essere a Woodstock. Che emozione!!!

Prendiamo posto e siamo fortunati: troviamo una bella angolatura e una buona visuale, probabilmente la maggior parte della folla si è concentrata ieri, 21 marzo, giorno ufficiale dell’equinozio. Anche se, in realtà, sappiamo che il fenomeno è visibile dal giorno 20 al giorno 23.

Le nostre bambine giocano. Gianni si addormenta col cappello di paglia calato sulla faccia (ha gia’ imparato la sana usanza messicana della siesta). Noi attendiamo. Ma aspetta aspetta, le nuvolone sono sempre più spesse, più nere e più compatte.

Ci accorgiamo, intanto, che poco distante deve essere arrivato un personaggio famoso. In tanti si sbracciano per salutarlo, toccarlo, farsi fotografare con lui. Io osservo la scena. Lui è un uomo magro, può avere dai trenta ai quarant’anni. Ha i capelli e la barba lunghi. Sembra un novello Jesus Christ Superstar. Quando la gente si calma un po’ si siede anche lui ed aspetta, paziente.

Ma non succede niente. Ok, penso, rassegnamoci. Non entreremo nella storia, come recitava lo slogan. Ma questo posto magnifico, una delle nuove meraviglie del mondo, l’abbiamo visto! C’è di che essere felici ugualmente.

Mi giro verso il nostro gruppetto: "Che, ce ne andiamo? Tanto ormai sono le 16.30, è andata! Non vedremo nulla se non ciò che è già innanzi ai nostri occhi".
Ma Gianni apre un occhio da sotto la paglietta, e dice di aspettare ancora una decina di minuti. Cinzia acconsente. Io mi rimetto a loro.

Dopo poco veniamo richiamati da un canto antico, profondo, che inizia piano e si fa sempre più insistente. E’ lo sciamano, il "Jesus Christ Superstar", che sta invocando chissà quale forza suprema. A lui, si uniscono le voci dei credenti in un coro profondo. Tutti ci voltiamo a guardarli, nella mente non transitano pensieri.

E il canto sale, sale sempre di più, fino ad arrivare… al cielo. Alle nuvolone nere. La folla è ora tutta concentrata sulla nuvola e resta a bocca aperta.

Incredibilmente, incomprensibilmente, dalla nuvola si apre uno spiraglio ed un raggio di luce si fa strada. Il canto prosegue intenso e la luce illumina il Castillo. In quel momento, tra gli applausi e gli “ooooh” di meraviglia, il serpente piumato appare, in tutta la sua magnificenza: è iniziata la discesa di Kukulkan, un mito, una leggenda, una storia che si fa vera e si ripete soltanto due volte l’anno.

Dopo un tempo che non siamo riusciti a quantificare, perché nella magìa dell’attimo sembra che si sia fermato, e dopo che tutte le macchine fotografiche sono impazzite di scatti... e dopo che i fedeli hanno gioito... e dopo che le persone comuni sono rimaste esterrefatte... e dopo che tutto è compiuto... il foro nella nube si richiude, così, come d’un tratto si è aperto.
E, come se il programma sia stato scritto su un canovaccio teatrale, tutti capiamo che è finito, che la nube non si sarebbe più riaperta.
E lo sciamano si volta sorridente verso la folla, e chi si fa fare un’ultima foto e chi gli stringe ancora la mano. E la TV giapponese sposta le telecamere e passa alle interviste, e la gente, ancora gioiosa e incredula di ciò che era successo, si avvia tranquilla e appagata verso i cancelli dell’uscita.

Gianni mi confessa di aver dormito un sonno strano su quel prato. Dormiva, eppure riusciva a sentire tutte le voci intorno. Usciamo, portandoci dentro quel grande senso di immenso e di sgomento: anche quest'anno, il 22 marzo 2008, la magia Maya si è ripetuta. Se tutto ciò sia accaduto per un caso o per una magìa, non ci è dato sapere.


Articolo di Laura Pallavidino

Fonte: www.turistime.it

01 / 07 / 2008





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